Italiano   English
 
 
  COSA FACCIAMO   ZANZARE (Culicidi Antropofili)  
 

• Consulenza
• Verde Urbano
• Agroalimentare
• Sperimentazione
• Zanzare
—— • Biologia
—— • Inquadramento
—— • Culex Pipiens
—— • Ochler. Caspius
—— • Aedes Albopic.
—— • Lotta e prevenz.
• Altri ematofagi
• Xilofagi

• Comunicazione

• Torna all'indice

 

Questi insetti, appartenenti all’ordine dei ditteri, sono tristemente conosciuti per il fastidio causato all’uomo dalla loro attività di nutrizione.
La loro presenza dà luogo ad una notevole diminuzione della qualità della vita ed in aree turistiche a pesanti ripercussioni sull’economia locale. Immediata conseguenza di tutto ciò sono i trattamenti chimici con insetticidi ad ampio spettro
Precipitazioni atmosferiche e maree determinano la creazioni di numerosi focolai di riproduzione Le profonde modificazioni ambientali indotte dall’uomo con l’inquinamento delle acque, la regimazione idrica, le opere di urbanizzazione (tombini e caditoie), la creazione di bacini artificiali privi di pesce (risaie) ed i bacini di fito depurazione, mettono a disposizione delle zanzare innumerevoli luoghi dove potersi riprodurre indisturbate
La molteplicità di specie, ciascuna con una peculiare biologia, la variabilità spaziale e temporale del territorio e la sua estensione ed i numerosi prodotti chimici in commercio, rendono alquanto delicato il controllo. Irrorare irrazionalmente l’ambiente di insetticidi determina un pesante impatto ambientale ed un elevato costo, spesso con risultati insoddisfacenti.

1.0 BIOLOGIA
Non tutte le zanzare pungono l’uomo, la maggior parte delle specie infatti si nutrono del sangue di uccelli, anfibi ed altri animali vertebrati. Tra le specie antropofile solo le femmine, per poter maturare le uova, hanno bisogno delle proteine che si procurano con il pasto di sangue, mentre i maschi nutrendosi di liquidi zuccherini sono assolutamente inoffensivi.

Uova

Uova
Le uova vengono deposte sull’acqua singolarmente (genere Anopheles e Orthopodomyia) o a formare zatterine galleggianti (genere Culex, Culiseta, Coquillettidia). Il genere Aedes ed Ochlerotatus depone invece sul terreno o su di un substrato immediatamente al di sopra del pelo dell’acqua, quando poi un innalzamento del livello dell’acqua bagnerà le uova, queste schiuderanno liberando le larve.

Larve

Larve
Dalla chiusura delle uova nascono minuscole larve che nutrendosi di batteri e planctoon si accrescono attraversando quattro stadi fino a diventare pupe e quindi adulti.
Le larve pur vivendo in acqua respirano l’ossigeno atmosferico generalmente attraverso un sifone con l’eccezione del genere Anopheles il quale ne è sprovvisto. Altra eccezione è rappresentata dal genere Coquillettidia nel quale le larve penetrano i fusti di piante acquatiche prelevando l’ossigeno direttamente dai loro tessuti.

Pupe

Pupe
Hanno una forma notevolmente diversa dalle larve e si muovono più velocemente. Non si nutrono, il che le rende più resistenti agli insetticidi.


Adulti

Adulti
Dalle pupe sfarfallano gli adulti che dopo una breve sosta sul pelo dell’acqua, s’involeranno per potersi riprodurre e nutrire. Nel genere Culex la prima ovideposizioni può aver luogo anche senza che la femmina abbia fruito del pasto di sangue. I maschi sono distinguibili dalle femmine per le antenne maggiormente piumate e l’apparato boccale atto a lambire nettare e melata ed impossibilitato a pungere.


2.0 LE ZANZARE ITALIANE

Nella realtà italiana le specie di zanzare maggiormente responsabili di fastidio sono principalmente tre.

2.1 INQUADRAMENTO SISTEMATICO DEI CULICIDI
Le zanzare appartengono all’ordine Ditteri, sottordine Nematoceri, superfamiglia Culicoidea, famiglia Culicidi.
In Europa sono presenti più di 100 specie mentre nel mondo se ne conoscono più di 3000. In Italia si contano più di 60 specie tutte appartenenti a due sole sottofamiglie : Anofeline e Culicine.
Le Anofeline comprendono il solo genere Anopheles suddiviso in due sottogeneri, Anopheles e Cellia. Le Culicine comprendono i seguenti generi : Aedes, Ochlerotatus, Culex, Culiseta, Coquillettidia, Orthopodomia e Uranotenia.
Nella tabella viene riportato un elenco sintetico dei culicidi presenti in Italia:

Sottofamiglia Genere Sottogenere N° Specie
Anophelinae Anopheles Anopheles 13
Cellia 3
Culicinae Aedes Aedes 1
Aedimorphus 1
Finlaya 2
Ochlerotatus 16
Rusticoidus 1
Stegomia 3
Coquillettidia Coquillettidia 2
Culex Barradius 1
Culex 7
Maillota 1
Neoculex 3
Culiseta Alletheobaldia 1
Culicella 3
Culiseta 2
Orthopodomya Orthopodomya 1
Uranotaenia Pseudoficalbia 1

L’importanza medica dei culicidi è legata alla loro possibilità di trasmettere agenti patogeni all’uomo e agli animali. La malattia più importante nel mondo è senza dubbio la malaria con 2.6 miliardi di persone che vivono in zone a rischio d'infezione, di cui 300 milioni sono annualmente infettate con una mortalità dell’1%, a carico soprattutto dei bambini.
La malaria è stata per le popolazioni mediterranee uno dei principali problemi, condizionandone la vita specie in prossimità di ambienti umidi come paludi o risaie.
In Italia, dopo l’eradicazione della malaria, avvenuta a cavallo degli anni 50, e la conseguente riduzione della densità dei vettori, le zanzare hanno cessato per lungo tempo di rappresentare un problema di sanità pubblica. In questi anni le zanzare sono state riconsiderate come possibili vettori di malattie a causa di alcune problematiche sanitarie emergenti (Romi 1997):

• alcune specie, tra cui soprattutto Culex pipiens, si stanno sempre più adattando ad ambienti fortemente antropizzati, a causa di siti riproduttivi di nuova creazione.
• la comparsa di popolazioni di culicidi resistenti ai più comuni insetticidi (Culex pipiens).
• la creazione di insediamenti turistici in zone prima scarsamente popolate, dove si hanno invasioni di specie tipicamente rurali quali Cx. modestus, Oc. caspius, Ae. detritus.
• l’arrivo di nuove specie, Aedes albopictus potenziale vettore di arbovirus e nel 1996 Aedes atropalpus (Romi et al. 1997).
• il graduale aumento di potenziali vettori di malaria, Anopheles labranchiae.

L’eventualità che si verifichino in Italia sporadici casi di malaria, almeno per Plasmodium vivax è reale, considerando l’aumento del numero di casi malaria importati ogni anno e la presenza nelle zone rurali centromeridionali di soggetti africani ed asiatici per i lavori agricoli stagionali (Sabatinelli et al. 1994.1995). An. labranchiae sembra non possa essere infettata con ceppi afrotropicali di Plasmodium falciparum (Falleroni, 1926), sono stati invece trovati esemplari infettati con P. vivax.
La gran parte delle arbovirosi sono infezioni che interessano gli animali, alcune si trasmettono tra serbatoi animali e l’uomo (zoonosi) mentre poche sono trasmesse esclusivamente da uomo ad uomo (antroponosi) (es. la dengue).
Aedes albopictus può trasmettere sia arbovirus che filariosi. La dengue è forse l’arbovirus più pericoloso ; inizialmente si pensava che l’insetto fosse in grado di trasmettere solo le forme meno gravi della malattia, ma le ultime ricerche hanno dimostrato che può trasmettere anche le due forme più gravi, la febbre emorragica (DHF) e la sindrome da shock (DSS) (Jumali et al. 1979, Chang 1987). Può inoltre trasmettere il virus del Chikungunya e quello dell’encefalite giapponese.
In Italia queste malattie rappresentano, fino ad oggi, un problema teorico, in quanto non è presente un serbatoio di infezione. Aedes albopictus può invece inserirsi nella trasmissione della filariosi canina (Dirofilaria repens) in aree urbane.
Cx. pipiens, Oc. caspius, Ae. vexans sono stata indicate come potenziali vettori di arbovirus, supposti agenti di encefaliti umane (Saccà et al. 1968); i tre culicidi sono vettori di filarie del genere Dirofilaria (canina), che possono essere trasmesse anche all’uomo nel quale non sono in grado di riprodursi.
Anche quando non sussistono pericoli sanitari, non va sottovalutato il fastidio che le zanzare arrecano con le loro punture. In molti casi questi insetti ostacolano le attività all’aperto, rendendo invivibili le aree turistiche e urbanizzate soprattutto se in prossimità di focolai larvali non controllabili.
Sono stati elaborati degli indici di disturbo e delle soglie di intervento per guidare gli interventi adulticidi e verificare l’efficacia di quelli larvicidi, basati sulle catture di femmine mediante trappole innescate ad anidride carbonica (R. Pantaleoni 1996).Questi indici si basano solo sul disturbo arrecato dagli insetti e non sulle possibili implicazioni sanitarie che ne potrebbero derivare. La taratura deve essere eseguita in ogni singola zona considerando che sul livello di sopportazione influiscono fattori di abitudine e culturali, che talvolta hanno poco a che fare con il reale livello di infestazione. Questi indici non sono risolutivi ma possono, assieme ad un attento monitoraggio dei focolai larvali, dare un valido aiuto nei programmi di disinfestazione.

3.0 LE PRINCIPALI SPECIE DEL CONTESTO ITALIANO

3.1 Culex pipiens (Linné)

Uova di Culex pipiens


Larve di Culex pipiens



Focolaio di Culex pipiens


Focolaio di Culex pipiens

Specie molto diffusa negli ambienti urbanizzati che si è adattata negli anni all’evolversi delle nostre città sfruttando qualsiasi raccolta d’acqua.
Caratteri morfologici distintivi della larva: tegumenti del torace e addome non rivestiti da spicole. Scaglie dell’ottavo segmento a forma di spatola con bordo distale seghettato senza spina mediana distinta. Sifone tozzo con uno o più ciuffi di setole in posizione distale anche in posizione sub-dorsale.Caratteri morfologici distintivi dell’adulto: palpi molto più corti della tromba, parte terminale dell’addome tronca, assenza di setole prespiracolari, unghie provviste di pulvilli, primo articolo del tarso posteriore più lungo della tibia, addome con fasce chiare trasversali in posizione prossimale e di larghezza uniforme (in ogni segmento).
La specie è costituita in realtà da due sottospecie, Cx. pipiens molestus e Cx. pipiens pipiens, che costituiscono il così detto “complesso”; le due presentano numerose aree di sovrapposizione e sono difficilmente distinguibili. Per i diversi ambienti normalmente colonizzati la Cx. pipiens molestus è conosciuta come forma urbana mentre la seconda come forma rurale. Il carattere morfologico che consente una distinzione tra le due sottospecie (come larva) è rappresentato da un diverso indice sifonico (rapporto tra la lunghezza del sifone e il suo diametro maggiore), mediamente si aggira attorno a 3.5 per la molestus e a 3.8 per la pipiens. Gli adulti possono essere distinti analizzando, con l’elettroforesi, alcuni loci enzimatici del loro patrimonio genetico (Urbanelli et al. 1980). Entrambe le forme non si spostano a grandi distanze e sono attive di preferenza al crepuscolo e di notte in prossimità delle aree di sviluppo larvale da cui provengono. Possono entrare nelle abitazioni attirate dalla luce e dalla presenza di persone rimanendo attive per tutta la notte. La forma rurale è anche ornitofila mentre la molestus è solo antropofila. La molestus è in grado di accoppiarsi in ambienti ristretti (stenogamia) quali possono essere tombini o fognature, non necessita del pasto di sangue per portare a maturazione le prime uova (autogenia) e non entra in diapausa invernale (omodinama). Differenti sono inoltre gli ambienti utilizzati per lo sviluppo larvale, mentre la molestus predilige acque luride con forte carica organica anche se fortemente inquinate, la pipiens predilige acque limpide con sostanza organica di origine vegetale. Le zone di riproduzione sono le più svariate: tombini, cisterne, depuratori, reti di scolo e qualsiasi altra forma d'invaso anche di natura temporanea purché non vi siano pesci o altri artropodi predatori che normalmente sono in grado di contenere efficacemente le infestazioni. Sono attive da marzo a fine novembre con densità che variano in funzione dell’andamento stagionale. Normalmente svernano entrambe come femmine feconde rifugiandosi in luoghi nascosti e tranquilli spesso costruiti dall’uomo come cantine, stalle, magazzini, ecc.. La molestus è in grado però di passare l’inverno in qualsiasi stadio vitale, compreso quello di maschio adulto (R. Pantaleoni 1997), le femmine possono pungere qualora le condizioni diventino favorevoli per brevi periodi. La velocità di sviluppo è variabile, in funzione della temperatura e della disponibilità di cibo, passando da poco più di una settimana ad oltre un mese ; durante una stagione si può perciò avere numerose generazioni.Culex pipiens è presente nella regione oloartica, afrotropicale e neotropicale, ed è sicuramente la specie più diffusa in Italia.

3.2 Ochlerotatus caspius (Pallas)

Larve di Ochlerotatus
caspius



Ochlerotatus caspius



Focolaio di Ochlerotatus


Focolaio di Ochlerotatus

Specie paleartica, molto comune in Italia, soprattutto nelle zone costiere (in questi anni si possono trovare focolai anche nelle zone più interne).Caratteri morfologici distintivi della larva: setola sifonica inserita distalmente rispetto all’ultima spina del pettine, indice sifonico minore di 4, l’ottavo segmento delle larve di quarta età presenta 18-28 scaglie disposte su più file e con spina mediana nettamente distinta, sella del segmento anale interrotta ventralmente, setole frontali interne generalmente semplici, antenne con spicole, setola antennale multifida. Caratteri morfologici distintivi dell’adulto: palpi molto corti rispetto alla tromba, parte terminale dell’addome a punta, tarsi posteriori con banda centrale scura, la parte superiore dell’addome (tergite) presenta una banda centrale chiara e delle tacche chiare sulle coste.Sverna sotto forma d'uovo diapausante deposto solitamente nel terreno, nell'attesa delle condizioni ottimali. La prima schiusa avviene generalmente in aprile-maggio e le successive si susseguono in funzione della disponibilità dell’acqua oltre che del clima, infatti, essendo le uova deposte sopra il pelo dell’acqua, possono schiudere solo se sono sommerse. Adulti e larve possono essere ritrovati fino a novembre.Le larve si sviluppano solitamente in zone paludose, lagune, pozze, canali di scolo, e tollerano acque con gradi di salinità molto diversi che vanno dal dolce al salmastro. Le larve usufruendo talvolta di raccolte d’acqua temporanee molto piccole, sono caratterizzate da uno sviluppo larvale molto veloce, che gli consente di svilupparsi da uovo ad adulto, in presenza di cibo e temperature adeguate, in meno di una settimana. Nei focolai larvali può essere ritrovata in associazione a Cx. pipiens, An. maculipennis, Cs. Annulata. Le femmine pungono sia di giorno che di notte, con un picco verso il crepuscolo quando la temperatura si attenua; possono raggiungere una densità e un'aggressività talvolta allarmanti specialmente nelle zone costiere dove rappresentano una delle specie prevalenti. Generalmente sono antropofile ma attaccano qualsiasi altro animale, solo in caso di forti infestazioni possono spingersi anche all’interno delle abitazioni. Le alate possono spostarsi a distanze diversi chilometri, sfruttando i venti, invadendo i centri abitati e vanificando così la lotta antilarvale eseguita localmente; ciò rende obbligatorio l’uso generalizzato, e non certo auspicabile, di adulticidi.

3.3 Aedes albopictus (Skuse, 1984)


Uova di Aedes albopictus


Larve di Aedes albopictus



Aedes albopictus


Focolaio di Albopictus



Focolaio di Albopictus



Focolaio di Albopictus



Focolaio di Albopictus

Appartiene assieme ad Aedes aegypti al sottogenere Stegomyia, da cui può essere distinta (allo stadio larvale) per le scaglie dell’VIII segmento composte da un’unica grossa spina, e per il pettine del sifone con tutte le spine uniformemente ravvicinate. Caratteri morfologici distintivi della larva: setole frontali interne bifide o multifide, antenne senza spicole (lisce), setola antennale semplice, ottavo segmento con 6-13 scaglie disposte in un’unica fila e costituite da un’unica grossa spina, sifone respiratorio con indice inferiore a 4, setola sifonica impiantata distalmente rispetto all’ultima spina del pettine e non raggiunge con l’apice l’estremità del sifone, pettine del sifone con spine uniformemente ravvicinate, di forma acuminata, sella del segmento anale interrotta ventralmente. Caratteri morfologici distintivi dell’adulto: palpi molto corti rispetto alla tromba, parte terminale dell’addome a punta. Colorazione tipicamente nera con una banda bianca che attraversa longitudinalmente la faccia dorsale del torace. Zampe attraversate da bande bianche, in particolare il paio posteriore presenta bande bianche basali sui primi quattro segmenti, mentre il quinto è interamente bianco e la tibia uniformemente scura. La specie è nativa dell’Asia sud-orientale, originariamente legata alle foreste tropicali ove colonizzava, come larva, piccole raccolte d’acqua; lentamente ha iniziato ad uscire dalle foreste avvicinandosi alle zone urbane utilizzando come siti riproduttivi contenitori artificiali di vario genere. Negli spazi aperti potevano usufruire di temperature più alte ma erano soggette molto più spesso a periodi di siccità, si sono così selezionate delle zanzare capaci di deporre uova con una resistenza al disseccamento molto superiore al ceppo originario (T. Sota e M. Mogi 1992). L’areale di diffusione di Aedes albopictus è molto vasto e non tutti i ceppi sono in grado di superare il freddo invernale, solo le zanzare che vivono più al nord possono infatti deporre uova diapausanti. In Italia i focolai larvali si trovano principalmente nelle zone residenziali con vegetazione ove è possibile rinvenire raccolte naturali d’acqua piovana o molto più spesso piccoli contenitori, sottovasi e pneumatici usati. Le elevate temperature estive e l’abbondanza di cibo permettono ad c uno sviluppo da uovo a adulto in appena una settimana. Lo svernamento avviene come uova durevoli che vengono deposte tra agosto e settembre.Gli adulti compaiono approssimativamente in maggio, seguono quindi le prime deposizioni che continueranno per tutta l’estate; il numero di generazioni è in relazione alle precipitazioni in quanto le uova sono deposte su di un substrato scabroso appena sopra il pelo dell’acqua per schiudere alla sommersione. Circa il 10% delle uova vengono però deposte direttamente in acqua per cui si possono rinvenire larve anche in assenza di precipitazioni. Questa specie è spiccatamente antropofila e può pungere durante tutto il giorno anche se predilige le ore che precedono la sera. E’ da segnalare lo sviluppo di una certa endofilia ed i sempre più frequenti casi di attività trofica notturna anche oltre la mezzanotte.

3.3.1 Diffusione della specie
La specie è diffusa nella fascia tropicale e subtropicale dell’Asia sud orientale, in molte isole dell’Oceano Indiano e in Madagascar, l’areale di distribuzione va dal 40° parallelo nord al 10° sud.Nel 1985 è stata segnalata negli Stati Uniti la prima colonia stabile e in pochi anni si è diffusa in venti stati del paese e in Messico. Dopo il 1986 è stata segnalata anche in quattro stati del Brasile. Nel 1992 Ae. albopictus è stata ritrovata per la prima volta anche Nigeria (Savage et al. 1992).In Europa sono solo due gli stati dove fino ad oggi si è diffusa, l’Albania e l’Italia. La prima segnalazione si è avuta in Albania nel 1987 (Adhami e Murati 1987), in Italia i primi esemplari vennero rinvenuti nell’estate autunno del 1990 a Genova in area urbana (Sabatini et al. 1990) ma non fu trovato il luogo d’origine di tali adulti. Il primo insediamento stabile della specie, con reperimento di focolai larvali, è stato segnalato in provincia di Padova nell’agosto del 1991 (Dalla Pozza et al. 1992). Le prime colonie sono state inizialmente individuate “passivamente” dalla popolazione quando in altre parole erano già profondamente diffuse sul territorio rendendo impossibile una loro eradicazione. L’arrivo della specie è da imputarsi all’importazione di pneumatici usati infestati di uova dal sud degli Stati Uniti da parte di alcune grosse aziende rigeneratrici del Veneto (Dalla Pozza e Majori 1994), il commercio interno degli stessi a contribuito alla veloce diffusione del vettore in molte zone dell’Italia. Altra occasione di diffusione della zanzara può verificarsi con il trasporto “attivo” operato dall’uomo nei suoi spostamenti quotidiani, l’insetto molte volte entra nei mezzi di trasporto potendo così essere trasportato a molti chilometri di distanza in tempi brevi. Se non si ammettessero queste possibilità difficilmente si potrebbero spiegare le enormi distanze percorse dal suo arrivo nel nostro paese tenendo presente che gli adulti non sono in grado di spostarsi a grandi distanze (max 2-2.5 km/anno con vento a favore) (Romi 1996). Aedes albopictus è presente in 10 regioni e 20 Province del nostro paese, il Veneto è una delle regioni più interessate al fenomeno essendo già presente in 5 province su 7 (Venezia, Padova, Treviso, Vicenza e Rovigo).

3.3.2 Biologia delle uova
La mortalità delle uova in natura può essere causata da: disidratazione, predazione e abbassamenti termici. L’incidenza di ognuno di questi fattori dipende dall’area geografica in cui ci troviamo e dalla stagione considerata. La mortalità naturale, se non intervengono fattori limitanti, è sempre molto bassa, qualsiasi sia il ceppo considerato (Hawley 1985).Da dati riportati in bibliografia risulta che le uova che hanno terminato l’embriogenesi possono resistere per lunghi periodi in condizioni di bassa umidità relativa, è molto importante notare che esiste però una chiara differenza tra uova diapausanti e non diapausanti. Le uova non diapausanti, mantenute ad umidità variabile dal 73% al 90%, presentano una capacità di schiusa che decresce dal momento in cui vengono deposte, mentre le diapausanti manifestano il picco di schiusura dopo 4 mesi. Se l’UR viene portata a livelli di disidratamento (44%) le uova non diapausanti muoiono tutte dopo 2 mesi mentre le diapausanti dopo tale periodo presentano il loro picco di schiusura (muoiono solo dopo 4 mesi) (T.Sota e M.Mogi 1992). Queste caratteristiche possono essere dovute da un maggiore ispessimento del corion e da un rivestimento ceroso dell’uovo. Nelle zone temperate è stata evidenziata la capacità delle uova di Aedes albopictus di sopravvivere molti mesi durante il periodo invernale (Wang 1962, Toma et al. 1982), non è stata però approfondita la mortalità estiva. La mortalità invernale in zone temperate è molto variabile potendo passare dal 100%, nel caso si usino ceppi tropicali, a percentuali molto basse se si usano ceppi provenienti dai limiti nord dell’areale di presenza di Aedes albopictus dell’Asia o dell’America. Questi ultimi ceppi dopo una esposizione per 24 ore a -10°C presentano ancora una capacità di schiusa che va dal 78 al 99% (Hawley et al.1987). Le uova non diapausanti aumentano la resistenza alle basse temperature dopo aver completata l’embriogenesi (alle nostre latitudini non sono ugualmente in grado di passare l’inverno) (Rosario 1963).L’embriogenesi viene considerata completa quando le uova sono in grado di schiudere, questo accade dopo 6-10 giorni a seconda della temperatura. Se si sommergono uova appena deposte, si assiste ad una percentuale di schiusa più bassa e scalare del normale .L’interazione di molti fattori (età, dissecamento, cambi di temperatura, tensione dell’ossigeno, diapausa) determina la possibilità di schiusa alle uova di Aedes albopictus. La tensione dell’ossigeno sembra essere uno dei fattori più importanti, è stato osservato che uova embrionate, sommerse in acqua avente una concentrazione di ossigeno variabile tra 1.5 - 6.0 - 7.6 ppm presentano percentuali di schiusa molto diverse variabili rispettivamente tra 94 - 79 - 62% ; se le stesse uova vengono però esposte ad un dissecamento prima di essere sommerse la schiusa avviene solo se la concentrazione dell’ossigeno è molto bassa (Imai e Maeda 1976).In alcuni casi le uova di Aedes albopictus richiedono ripetute sommersioni prima di schiudere tutte.In laboratorio una femmina ha deposto più di 950 uova (Galliard 1962) durante l’intera vita, in media la fecondità si aggira sulle 300 - 350 uova/femmina. Il numero di uova deposte dopo un pasto di sangue dipende da molti fattori ma mediamente si aggira sulle 42 - 88 uova per il primo ciclo gonotrofico.

3.3.3 Fotoperiodismo
Come precedentemente accennato i ceppi di Aedes albopictus diffusi negli ambienti temperati sono in grado di deporre uova diapausanti in grado di passare l’inverno. Questa caratteristica dipende dalla sensibilità al fotoperiodo a cui vengono sottoposte gli adulti femmine, infatti se vengono esposte a giorni corti sono indotte a deporre uova diapausanti. Il fotoperiodo critico per molte “sottospecie” è compreso tra le 13 e le 14 ore. Se vengono sottoposte a condizioni di fotoperiodo corto popolazioni provenienti da zone tropicali, queste non manifestano nessuna sensibilità continuando a deporre uova non diapausanti (Hawley et al. 1987). Il fotoperiodo non è però l’unico fattore che condiziona la diapausa, le femmine risultano infatti sensibili anche alla temperatura; i dati precedentemente riportati sono stati ottenuti alla temperatura di 21°C, non vi sono differenze neanche se la temperatura sale a 26°C ; se però l‘autunno si protrae particolarmente caldo (maggiore di 29°C) l’induzione viene ridotta o completamente inibita, al contrario le basse temperature incrementano l’effetto del fotoperiodo (Hawley W.A. 1998).Anche la nutrizione larvale influisce sulla diapausa allungando il periodo critico a oltre le 14 ore di luce, tale comportamento garantirebbe la sopravvivenza della specie anche in carenza di cibo, impedendo a parte delle uova di schiudere; anche se gli adulti ottenuti da queste larve sono più piccoli non vi sono differenze significative sulle dimensioni delle uova (C.Pumpuni, J.Knepler, G.Craig 1992). Gli stadi fotosensibili sono rappresentati dalle pupe oltre che dagli adulti femmine. I fattori responsabili dell’interruzione della diapausa non sono ancora conosciuti, comunque da dati di laboratorio sembra che le uova diapausanti siano in grado di schiudere dopo 3 mesi di conservazione a 25°C (Wang 1966) e apparentemente senza bisogno di subire un periodo freddo.

3.3.4 Biologia larvale
Lo stadio larvale dura mediamente dai 5 ai 10 giorni alla temperatura di 25° e in condizioni ottimali di nutrizione, le differenze possono essere dovute a diete diverse o a diversi ceppi di zanzare. Un abbassamento della temperatura comporta una riduzione della velocità di sviluppo, a 15-18°C impiegano circa 3 settimane per passare da uovo a pupa, a 11°C si ha arresto completo dell’accrescimento (Udaka 1959). Se le larve vengono allevate in carenza di cibo il ciclo si allunga fino a 58 giorni per gli esemplari che daranno origine a femmine (Mori 1979). Nei maschi lo sviluppo risulta sempre più veloce, uno scostamento maggiore si verifica in carenza di cibo. Da prove effettuate in laboratorio si è visto che a temperature medie dell’acqua di circa 27°C il periodo che intercorre tra lo stadio di uovo e quello di adulto è di 7-8 gg. (Martini dati non pubblicati).Un aumento della densità larvale o un decremento dell’apporto di cibo causano un incremento della mortalità larvale e una diminuzione della taglia degli adulti (Mori 1979); sembra che le larve muoiano a causa di sostanze chimiche da loro stesse prodotte. Le pupe dimostrano solitamente una mortalità molto bassa. Le dimensioni ridotte condizionano la fecondità sia dei maschi che delle femmine. Per le femmine le piccole dimensioni degli adulti comportano degli ovari con pochi ovarioli e quindi poche uova deposte. Nei maschi le ridotte dimensioni causano un ritardo nell’inizio della spermatogenesi oltre a dei testicoli di dimensioni ridotte. La densità larvale sembra non influire sulla determinazione del sesso degli adulti.Le larve di terza e quarta età e le pupe sono in grado di sopravvivere per un giorno senza acqua purché l’umidità relativa rimanga ad almeno il 90%.

4.0 LOTTA E PREVENZIONE





Il controllo delle zanzare non può prescindere dalla conoscenza delle specie che ci apprestiamo a combattere. Le tipologie di focolai frequentati, la capacità di spostamento di ciascuna specie, le abitudini alimentari e riproduttive, sono elementi essenziali per giungere ad un controllo efficace, unitamente ad un costo contenuto ed al rispetto per l’ambiente.

E’ bene sapere che:

• Le zanzare sono fortemente influenzate dall’andamento climatico pertanto un piano basato su interventi a calendario ha come conseguenza un costo elevato ed un risultato insufficiente.

• Gli interventi adulticidi hanno un elevatissimo impatto ambientale, costano molto ed un risultato limitato nello spazio e nel tempo.

• Un piano di controllo che non preveda un accurato monitoraggio del territorio è destinato a fallire.

• La verifica dei risultati eseguiti con gli interventi di disinfestazione è un elemento indispensabile per non rischiare sfarfallamenti di massa difficilmente controllabili.

I focolai di riproduzione si creano continuamente con le precipitazioni e le attività umane, un piano di disinfestazione statico non potrà mai conseguire risultati soddisfacenti. E’ necessario quindi un attento, continuativo monitoraggio del territorio alla ricerca dei focolai di riproduzione.

Nel caso della zanzara tigre una disinfestazione limitata alle aree pubbliche non consentirà risultati soddisfacenti. Per la caratteristica della specie a colonizzare piccole raccolte d’acqua, è indispensabile la collaborazione di tutti i singoli cittadini ed è quindi necessaria un’attenta campagna di informazione. Volantini, manifesti, serate informative, documentari ed ogni altro strumento potrà essere utile in tal senso.
Torna all'inizio
 
 
Copyright © 2006 Entostudio, Tutti i diritti riservati. :::Contatti: info@entostudio.com.